Caos Procure, Amelio: “Fava non mi disse il contenuto esposto né di voler vincolare la stampa”

Adnkronos, 6 luglio 2022

Il sostituto procuratore di Roma sentito come testimone a
Perugia nel processo sulle rivelazioni: “Fava non
mi ha parlato del contenuto dell’esposto, non mi ha detto in maniera
diretta che riguardava Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo. E non mi ha
mai riferito che volesse veicolare ai giornali l’esposto al Csm”. A
dirlo il pm di Roma Erminio Amelio sentito come testimone nel corso
del processo nato dal filone di inchiesta della procura di Perugia,
guidata da Raffaele Cantone, sulle rivelazioni che vede imputati l’ex
magistrato Luca PALAMARA e l’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava, ora
giudice civile a Latina. “Non ho mai fatto da tramite con Sebastiano
Ardita. In trent’anni di carriera sono entrato al Csm una sola volta
su convocazione”, ha aggiunto il sostituto procuratore della capitale.
“A dicembre 2018 o gennaio 2019 Fava mi chiese se potevo accompagnarlo
a una cena con Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo, che avevo
conosciuto da uditore a Milano. Io accettai l’invito perche’ conoscevo
tutti e siamo andati a mangiare in un ristorante siciliano. Ricordo
che quella sera Davigo aveva un problema alla voce. La cena – ha
spiegato Amelio – era funzionale a un impegno di Fava nella costituita
corrente A&I. Nel parlare della situazione in ufficio e’ verosimile
che Fava abbia espresso un suo disagio, ma un disagio generico. Non
disse ‘non vado d’accordo con…’. Passato qualche mese – ha ricostruito
Amelio – a marzo 2019  Fava mi racconto’ della situazione che stava
vivendo in ufficio e di un suo processo nel quale aveva gia’ chiesto e
ottenuto delle misure mentre su un’altra non era stato apposto il
visto”. Fava “mi racconto’ anche di una mail che aveva ricevuto
dal procuratore, che io non ho letto, e di un provvedimento di doppia
revoca, a lui e a un gruppo della Guardia di Finanza. Un’altra volta
poi mi chiamo’ nel suo ufficio e li’ trovai un altro collega, Giuseppe
Bianco, e ci parlo’ della ‘solitudine’ che viveva. Riteneva che Piero
Amara non aveva dato una piena collaborazione, che aveva scoperto una
somma ingente di denaro, e che c’erano stati conferimenti di incarichi
di alcune societa’ a familiari di Pignatone e Ielo. Fava si sentiva
isolato – ha riferito Amelio in aula a Perugia – Io ho sentito la
versione di Fava, non avevo contezza di quella degli altri. E con
PALAMARA io non ho mai parlato. Io ho solo registrato le doglianze di
Fava come mi e’ capitato di raccogliere quelle di altri colleghi”.
Nel processo, che si e’ aperto il 19 gennaio scorso davanti al
Tribunale di Perugia, a PALAMARA e a Fava viene contestato di aver
rivelato notizie d’ufficio “che sarebbero dovute rimanere segrete”, e
in particolare “che Fava aveva predisposto una misura cautelare nei
confronti di Amara per il delitto di autoriciclaggio e che anche in
relazione a tale misura il procuratore della Repubblica non aveva
apposto il visto”. Nel procedimento Fava, all’epoca dei fatti sostituto
procuratore nella capitale, e’ accusato di essersi “abusivamente
introdotto nel sistema informatico Sicp e nel Tiap acquisendo verbali
d’udienza e della sentenza di un procedimento”. Fatto che secondo i pm
avveniva “per ragioni estranee rispetto a quelle per le quali la
facoltà di accesso era attribuita”.
Il suo obiettivo, secondo l’atto di accusa “era di avviare una
campagna mediatica ai danni di Pignatone, da poco cessato
dall’incarico di procuratore di Roma e dell’aggiunto Paolo Ielo” da
effettuarsi anche con “l’ausilio” di PALAMARA “a cui consegnava tutto
l’incartamento indebitamente acquisito”.  Secondo l’accusa Fava
avrebbe acquisito atti di procedimenti penali “per far avviare un
procedimento disciplinare nei confronti dell’allora procuratore
Pignatone” e “effettuare una raccolta di informazioni volta a
screditare Ielo, anche attraverso l’apertura di un procedimento penale
a Perugia” e quindi “a cagionare agli stessi un danno ingiusto”. Nel
procedimento è costituito parte civile il procuratore aggiunto di Roma
Ielo.

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