Intervista a Angelo Piraino: “Palamara non è una mela marcia, è marcio tutto il paniere”

da il Riformista – 21 Febbraio

«Quando finì l’apartheid in Sudafrica venne istituita la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, poi presieduta dall’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, recentemente scomparso. Allora si ritenne che conoscere la verità, senza ricorrere alla vendetta, fosse l’unico modo per sanare le tante ferite che erano rimaste aperte dopo anni di segregazione razziale e per comprendere come poter evitare di commettere gli stessi errori nel futuro. Il paragone potrebbe apparire improprio, ma il problema nella magistratura è che abbiamo vissuto per tanti anni in un contesto deviato, e il tema della degenerazione delle correnti non può essere affrontato solo dando sanzioni disciplinari. Occorre una seria riflessione sulle cause e i motivi che hanno portato a questa situazione, non è un problema di poche mele marce, qui è il paniere che si è sfaldato». A dirlo è Angelo Piraino, consigliere della Corte d’appello di Palermo e segretario generale di Magistratura indipendente.

Consigliere, percepisce un clima da resa dei conti?
No, ma percepisco la tendenza a ridurre il problema alla individuazione di alcuni responsabili, quelli colti a chattare con Luca Palamara, senza veramente soffermarsi sulle cause di certi comportamenti, che non erano limitati a pochi, ma che erano estremamente diffusi.

Serve il sorteggio?
Il sorteggio non è la soluzione, così come è uno sbaglio pensare che un nuovo sistema elettorale possa risolvere magicamente il problema. Le correnti sono un dato di realtà: le persone trovano naturale ritrovarsi attorno a delle idee comuni, e non mi piacerebbe una magistratura composta da tanti individualisti, che smette di riflettere su sé stessa. Il problema è che le correnti sono diventate dei centri di potere, dei luoghi in cui, invece di ritrovarsi per pensare e discutere, ci si organizza per gestire competizioni elettorali o distribuire incarichi.

Quale riforma è maggiormente necessaria?
Tutti gli episodi di malcostume che abbiamo visto hanno un comune denominatore: l’ansia degli interessati di avere o mantenere un incarico direttivo. L’articolo 107 della Costituzione stabilisce che i magistrati si distinguono tra loro solo per le funzioni, vuol dire che il concetto di carriera dovrebbe essere estraneo all’organizzazione della magistratura. Il capo di un ufficio dovrebbe essere un primus inter pares, un collega investito di responsabilità organizzative nell’interesse di tutti e a servizio di tutti. Ma non è così: si sono concentrati sempre più poteri in capo ai dirigenti degli uffici, in nome del perseguimento dell’efficienza, e si è creata così una divisione tra la magistratura alta e quella bassa, tra ufficiali e soldati. Si è partiti dalle Procure, con la riforma Castelli che ha concentrato nelle mani del procuratore capo tutte le scelte sull’esercizio dell’azione penale e ha allentato le regole che tutelavano i singoli sostituti, abolendo il cosiddetto sistema tabellare, e ora questo c’è il concreto rischio che questo accentramento venga esteso agli uffici giudicanti.

Si spieghi meglio.
Il problema è la deriva produttivistica: I dirigenti degli uffici che vogliono avere altri incarichi più prestigiosi devono dimostrare di avere aumentato la produttività e questo li porta a fare pressioni a catena sui magistrati che lavorano in quegli uffici. Si guarda sempre più alla quantità del lavoro giudiziario, ad accorciare i tempi della giustizia, ma si rischia seriamente di compromettere la qualità di quel lavoro, che è la bontà delle decisioni che vengono prese sulla pelle dei cittadini che incappano nella giustizia. Il prodotto dell’attività del giudice è la decisione, e le decisioni affrettate non sono quasi mai delle buone decisioni. Fino ad oggi il capo dell’ufficio giudiziario, nel fissare i suoi obiettivi doveva tenere conto del cosiddetto carico esigibile, ossia di quel limite oltre il quale il lavoro del giudice rischia di scadere di qualità, che dovrebbe essere individuato dal Consiglio superiore della magistratura. Il gruppo di Magistratura indipendente da sempre ha chiesto che il Csm individuasse un limite uguale per tutti i magistrati, un parametro di riferimento unico valido su tutto il territorio nazionale, ma il Csm ha sempre tergiversato, scaricando questo compito sui capi degli uffici. La riforma varata dal Consiglio dei ministri di fatto abolisce questo limite, attribuisce al capo dell’ufficio il potere insindacabile di stabilire quanto i magistrati del suo ufficio devono produrre e prevede sanzioni, sia sul campo della progressione in carriera che sul campo disciplinare, per i magistrati che non rispettano gli obiettivi che sono stati loro assegnati.

È fattibile stabilire a priori dei carichi di lavoro?
Questi carichi di lavoro già esistono per i magistrati amministrativi, e ci sono varie ipotesi di lavoro che consentono di giungere ad individuare il livello, superato il quale il lavoro del giudice lo espone a compiere maggiori errori. Questi limiti sono già previsti in altri ordinamenti, come quello tedesco, e non hanno lo scopo di far lavorare meno i giudici, ma di garantire ai cittadini che le decisioni che li riguardano siano il frutto di una adeguata riflessione.

Il presidente emerito della Cassazione Giovanni Canzio, a proposito che il 99,7 per cento dei magistrati avesse, con le attuali regole, una valutazione positiva, diede un giudizio molto severo, affermando che il dato non corrispondeva alla realtà. Ci sarà pure un modo per valutare le professionalità delle toghe?
Su questo argomento il campo va sgombrato da un fondamentale equivoco: le valutazioni di professionalità non sono promozioni, sono delle verifiche periodiche obbligatorie, e non facoltative, dalle quali dipende non la progressione in carriera del magistrato, ma la possibilità stessa di continuare a svolgere il suo lavoro, giacché due valutazioni negative consecutive comportano il licenziamento. Nessun impiegato pubblico è soggetto a simili verifiche, dalle quali dipende addirittura il fatto se possa o meno continuare a fare il suo lavoro.

Fra i magistrati c’è contrarietà alla presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari con diritto di voto. Dicono perché l’avvocato continua ad esercitare la sua professione. Si potrebbe obiettare, allora, che lo stesso fanno i magistrati che non sono messi fuori ruolo come quelli al Csm. E che i pm, come l’avvocato parte del processo, già oggi si pronunciano sui giudici.
L’attuale normativa già consente agli avvocati di formulare segnalazioni sul singolo magistrato in valutazione, e dunque di fornire informazioni utili per la valutazione stessa, e in molti regolamenti dei consigli giudiziari è riconosciuto agli avvocati il diritto di tribuna, che garantisce pubblicità e trasparenza dei lavori. Riconoscere agli avvocati il voto sulle valutazioni dei magistrati determinerebbe il forte rischio di interferenze con l’esercizio indipendente della funzione giudiziaria, prevedendo che ogni magistrato debba essere sottoposto a un parere di gradimento da parte di rappresentanti privati delle parti processuali. I pubblici ministeri sono magistrati, hanno il dovere di fare indagini anche a favore dell’indagato, e soprattutto la loro retribuzione non dipende dal fatto se vincono o perdono le loro cause. Per gli avvocati è diverso: sono liberi professionisti, il loro compenso e la loro reputazione presso i clienti dipende dall’esito delle cause. Gli avvocati che compongono i consigli giudiziari, a differenza dei componenti laici del Csm., non vengono posti in aspettativa, e sarebbero, dunque, chiamati a dare delle valutazioni di professionalità sugli stessi magistrati dinanzi ai quali patrocinano le loro cause, con una commistione evidente e pericolosa dei rispettivi ruoli, in ambiti territoriali ben più piccoli di quello nazionale. Con quale animo quei magistrati dovranno giudicare quelle cause, sapendo che il difensore che hanno davanti, o il suo collega di studio, dovrà esprimere un voto dal quale dipende la possibilità di continuare a svolgere il suo lavoro? Questa situazione è destinata a peggiorare ulteriormente, laddove venga modificato il sistema di valutazione di professionalità con l’introduzione di improbabili “pagelle” (discreto, buono o ottimo) per valutare le capacità organizzative dei magistrati, cosa che incrementerà la corsa alla carriera e al clientelismo correntizio.

Prima di concludere, vuole aggiungere qualcosa?
Dalle prossime riforme dipende l’indipendenza della magistratura, che non è un privilegio, ma una garanzia per tutti. Ogni cittadino ha il diritto a che il suo processo si svolga davanti a un magistrato che non sia soggetto a pressioni o condizionamenti, sia esterni che interni. Vogliamo una riforma dell’ordinamento giudiziario che elimini le carriere e ribadisca che i magistrati si distinguono tra loro solo per le funzioni e che ampli le occasioni istituzionali di confronto e dialogo tra l’avvocatura e la magistratura, ma siamo fermamente contrari a riforme controproducenti che incidono sull’autonomia dei magistrati. Abbiamo bisogno di buon senso e di scelte condivise, e non di nuovi ambiti di potenziali conflittualità all’interno della magistratura o tra la magistratura e l’avvocatura.

Paolo Comi

Rispondi