L’accusa di Palamara: “La caccia a Renzi iniziò quando diventò premier”

MATTEO RENZI ITALIA VIVA, LUCA PALAMARA MAGISTRATO

Paolo Comi — il riformista

Il J’accuse dell’ex magistrato

La caccia a Matteo Renzi ed al Giglio magico inizia quando il Rottamatore nel 2014 diventa presidente del Consiglio. Da quell’anno inizieranno ad addensarsi le nubi sulla testa dell’ex segretario dei dem. A dirlo è Luca Palamara nel libro intervista Lobby e Logge scritto con il direttore di Libero Alessandro Sallusti. Una caccia giudiziaria che si svolge sull’asse Firenze-Roma. A Firenze «c’è un procuratore, Luca Turco, che indaga la famiglia Renzi affiancato da un ufficiale della guardia di Finanza, Adriano D’Elia, comandante provinciale del nucleo di polizia tributaria, che per tre anni, dal 2014 al 2017, fa della caccia ai Renzi la sua ragione di vita», esordisce Palamara che racconta cosa avvenne durante una cena a tre nella Capitale.

«Eravamo presenti io, Lotti (Luca) e il comandante generale della finanza Giorgio Toschi. Discutiamo di tante cose, a un certo punto la discussione cade sull’accanimento di D’Elia nei confronti della famiglia Renzi. I toni si alterano, capisco che è meglio, vista la mia posizione di magistrato, defilarmi con una scusa. Però faccio in tempo a sentire Toschi dire a Lotti: “Non l’ho messo io, l’ha fatto Capolupo (Saverio, predecessore di Toschi al comando delle fiamme gialle, ndr)”. Come dire, non è colpa mia». Sallusti, allora, domanda: «Be’, un generale potrebbe anche spostare un colonnello». «In teoria – risponde Palamara -, le strade lungo le quali corre il potere non sono sempre le più semplici. Soprattutto in quegli anni nei quali a farla da padrone non sono state certo la trasparenza, la lealtà e, in alcuni casi, neppure la legge». Se la partita fiorentina è ancora tutta da giocare, quella romana, al Csm, si è al momento chiusa con la vittoria di Renzi.

«Prendiamo il caso di Banca Etruria. Come risulta dalle chat, lei prese le difese del pm di Arezzo, Roberto Rossi, quello che ha indagato sulla vicenda nonostante fosse sospettato di essere compromesso con la famiglia Boschi – il padre della ministra Maria Elena era il vicepresidente di quella banca – e quindi con Renzi per via di una consulenza avuta con il governo», chiede Sallusti. «Quella consulenza esisteva, ma era antecedente a Renzi, gli era stata conferita dal premier Letta. Non solo. La consulenza, gratuita, cessò nel 2015 mentre il fallimento della banca è del febbraio 2016, e il padre della ministra verrà regolarmente iscritto nel registro degli indagati», puntualizza Palamara che in quegli anni era componente del Consiglio superiore della magistratura. «Resta il fatto che lei, intercettato, parlando con il suo collega Paolo Auriemma (procuratore di Viterbo, ndr) dice: “Se non fosse per Rossi sarei ottimista, crea solo casini, con quella audizione indebolisce Renzi”, commentando l’intervento di Rossi alla commissione parlamentare su Banca Etruria presieduta da Pier Ferdinando Casini».

«È vero. Rossi non è un politico e più volte è caduto nei trabocchetti della guerra che in quell’anno era in corso contro Renzi. Si mirava a Rossi, ma in realtà si puntava a Renzi e Boschi. In prima battuta Rossi, nonostante un duro ostracismo di alcuni componenti della prima commissione (competente sulle incompatibilità delle toghe, ndr) presieduta da Renato Balduzzi (già ministro della Salute nel governo Monti, che non è mai riuscito ad arginare lo stillicidio di notizie sulla vicenda), si salva e nel luglio del 2016 il Csm archivia la pratica per incompatibilità istituita contro di lui. La vendetta si consuma però tre anni dopo, quando il Csm non lo riconferma procuratore di Arezzo», ricorda Palamara, sottolineando che contro Rossi «si scatena la furia giustizialista, e molto ideologica, di Davigo e della corrente grillina (Autonomia&indipendenza, ndr), in quel momento molto forte al Csm e in politica, e che aveva il ministro Bonafede come sponda politica».

Che cosa era successo? Secondo Davigo, Rossi aveva compromesso «il requisito dell’indipendenza da impropri condizionamenti», almeno «sotto il profilo dell’immagine», avendo mantenuto un incarico di consulenza presso Palazzo Chigi, sotto i governi Letta e Renzi, anche dopo aver aperto l’indagine su Banca Etruria del cui consiglio di amministrazione faceva parte il padre dell’allora ministro Maria Elena Boschi. A nulla erano valse le spiegazioni di Rossi che, in una memoria mai tenuta in considerazione, aveva definito «clamoroso e sconcertante travisamento dei fatti» ciò che gli veniva contestato, ricordando di aver terminato l’incarico a Palazzo Chigi il 31 dicembre 2015, prima dunque del fallimento della banca che è datato 11 febbraio 2016.

Non c’era stata alcuna “contemporaneità”. Alla contestazione di essersi “auto assegnato” il fascicolo, Rossi aveva risposto che il primo fascicolo, quello sull’ostacolo alla vigilanza e che non riguardava Boschi padre, gli era pervenuto in base ad un meccanismo di routine, come magistrato dell’area economica. E il non aver chiesto inizialmente l’insolvenza di Banca Etruria, altra accusa, fu perché la Banca d’Italia all’epoca stava ancora tentando il salvataggio dell’istituto di credito dal fallimento con l’amministrazione straordinaria. Nonostante le prove, Rossi non venne creduto, venendo rimosso dall’incarico dalla sera alla mattina. Per ristabilire la verità dovrà intervenire il Consiglio di Stato al quale Rossi aveva presentato ricorso contro la defenestrazione. Nel frattempo Davigo sarà già andato in pensione.

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