Dal secondo libro di Palamara esce una malagiustizia rossa che calpesta lo Stato di diritto Ue più di Polonia e Ungheria

di Tino Oldani – Italiaoggi

Il secondo libro firmato da Alessandro Sallusti e Luca Palamara (Lobby & Logge – Le cupole occulte che controllano il «sistema» e divorano l’Italia; Rizzoli) è un campionario mozzafiato di malagiustizia, di intrighi oscuri tra le toghe rosse, di processi costruiti ad arte con testimoni mendaci e di regole messe sotto i piedi per uno scopo preciso: il potere. Questo volume si aggiunge al libro denuncia di un anno fa (Il Sistema), in cui l’ex pm Palamara decise di vuotare il sacco sui metodi con cui le toghe rosse si sono impadronite del sistema giudiziario, fino a condizionare il corso della democrazia in Italia.

Una testimonianza unica, destinata a fare storia: per anni Palamara è stato presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), il sindacato dei magistrati, dunque un protagonista-testimone di primo piano di quel mondo sul quale ha deciso di fare luce. Il tutto dopo essere stato espulso dalla magistratura a seguito di una condanna per corruzione, ma in realtà, a suo dire, per avere tentato di rovesciare i rapporti di forza tra le correnti politiche dei magistrati e mettere la sinistra in minoranza, uscendone però sconfitto.

Facendo nomi e cognomi di un numero impressionante di magistrati, compresi alcuni di primissimo piano, questa volta Palamara racconta il dark-web del sistema giudiziario, i lati oscuri di un universo sconosciuto ai più, in cui si muovono «faccendieri, servizi segreti più o meno deviati, logge all’incirca massoniche o più semplicemente lobby che usano la magistratura, a sua volta lobby potente, e l’informazione, per regolare conti, consumare vendette, puntare su obiettivi altrimenti irraggiungibili, fare affari e stabilire nomine propedeutiche ad altre, e ancora maggiori utilità. Cambiare, di fatto, il corso naturale e democratico delle cose».

Su quest’ultimo punto c’è da chiedersi se «cambiare il corso democratico delle cose» sia compatibile o meno con la Costituzione, ma anche se faccia parte o meno dello Stato di diritto tanto caro all’Unione europea. In uno Stato di diritto, i tre poteri fondamentali (legislativo, esecutivo, giudiziario) sono autonomi e non devono prevalere l’uno sull’altro. E l’Ue tiene talmente al rispetto di questi principi da avere messo sotto accusa la Polonia per avere istituito un Consiglio politico che nomina i giudici, e l’Ungheria per avere emanato una legge che vieta la diffusione nelle scuole dei testi ispirati dal movimento Lgbt.

In entrambi i casi, sotto accusa è l’eccesso di potere dell’esecutivo. Gli eccessi del potere giudiziario, invece, non sembrano riscuotere altrettanto interesse a Bruxelles. Ma siamo sicuri che questa tendenza possa durare al vertice dell’Ue? In fondo, dopo avere letto i libri di Sallusti-Palamara, viene spontaneo chiedersi se la malagiustizia rossa imperante in Italia, fino al punto di sconvolgere il corso della democrazia, violi lo Stato di diritto. Esattamente la stessa accusa contro Polonia e Ungheria, con la differenza che qui è il potere giudiziario a prevalere.

In proposito, il capitolo dedicato a Silvio Berlusconi e al blocco del Lodo Alfano è illuminante. La vicenda, definita «uno spartiacque nel rapporto tra magistratura e politica» in Italia, risale al 2009, quando il governo Berlusconi propose al Parlamento, che l’approvò, una legge che garantiva l’immunità a quattro alte cariche dello Stato: i presidenti, rispettivamente, della Repubblica, del Senato e della Camera, più il premier. All’epoca, Berlusconi era assediato da vari procedimenti giudiziari, «braccato dalla magistratura», precisa Palamara, «stante la debolezza in quel momento della sinistra». Così la lobby delle toghe rosse si mise in moto per cancellare quella immunità. Il pm Fabio De Pasquale, che a Milano rappresentava l’accusa contro Berlusconi in due processi, sollevò un dubbio costituzionale sul Lodo Alfano. E la Corte costituzionale, composta per due terzi da giudici di sinistra («la Corte è un organismo terzo, ma non troppo terzo», afferma Palamara, spiegando in dettaglio l’origine di tale maggioranza politica), fece proprio tale dubbio e annullò il Lodo Alfano. Il motivo? «Per introdurre l’immunità delle alte cariche dello Stato non basta una legge ordinaria, ma ne serve una costituzionale».

La sentenza, per Palamara, fu tagliata su misura, anche se contraddiceva quella di due anni prima con cui la stessa Consulta aveva bocciato il Lodo Schifani, antesignano di quello Alfano, contestando il merito, e non la legittimità della legge ordinaria. Non solo. Quella sentenza sarebbe entrata in conflitto anche con quella del 2013 con cui «la Corte ordinò la distruzione immediata dei nastri con le registrazioni delle telefonate tra il presidente Napolitano e Nicola Mancino relative all’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, riconoscendo al capo dello Stato un diritto alla riservatezza non previsto per qualunque altro cittadino».

Che la malagiustizia rossa, eretta a sistema, abbia fatto danni enormi, rendendo a dir poco arduo qualsiasi tentativo di riforma, compreso quello timido appena firmato dalla ministra Marta Cartabia, viene ammesso, a volte, anche da avversari dichiarati di Palamara, come Nino Di Matteo, ex antimafia, oggi al Csm: «Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori e trasversalmente alle correnti della magistratura, attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevoli, cordate composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono di condizionare l’attività del Consiglio superiore e dell’intera magistratura.

Appartenere a queste cordate significa essere tutelato nelle tue ambizioni e l’avversario un corpo da danneggiare. Tutto ciò è qualcosa di moto simile alle logiche mafiose, è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura». Con tanti saluti allo Stato di diritto.

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